L'ESCAVAZIONE DEL MARMO

Il marmo è una roccia metamorfica formata quasi esclusivamente da carbonato di calcio, aggregato in una trama cristallina qua e là venata da minerali accessori che con le loro venature determinano la diverse varietà. Questa pietra luminosa ( il nome pare si rifaccia al greco marmairo, brillare ), attrasse l'attenzione già degli antichi Romani, che ne iniziarono l'escavazione con tecniche destinate a restare immutate sino all'invenzione della polvere pirica.
Con mazze, piccozze e scalpelli si praticavano delle fessure sufficienti ad inserire cunei di legno che, una volta bagnati, esercitavano una pressione sufficiente a staccare i blocchi dalla montagna. Naturalmente le dimensioni di questi blocchi erano modestissime rispetto a quelle che si scavano adesso.
Un notevole progresso si ebbe con l'introduzione della polvere pirica, che permetteva di organizzare grandi varate capaci di abbattere notevoli quantità di roccia grezza da riquadrare poi manualmente, ma che danneggiavano irrimediabilmente le bancate e creavano masse enormi di scarti inutilizzabili ( che andarono a formare i tipici ravaneti ).
Una vera rivoluzione fu rappresentata, alla fine del secolo scorso, dall'introduzione del filo elicoidale, un lungo filo di circa 5 mm di diametro formato dall'avvolgimento di tre piccoli cavi d'acciaio, disteso a mezzo di una serie di pulegge di rinvio sull'intera area di cava. Il filo, mosso da un motore elettrico, veniva fatto passare sulla roccia da tagliare dove confluiva una miscela abrasiva di acqua e sabbia silicea in grado di incidere la roccia. Il filo serviva soltanto ad asportare la miscela già utilizzata; il calore dovuto all'attrito andava disperso durante il lungo tragitto del filo stesso, che percorreva anelli di parecchie centinaia di metri e talvolta veniva usato per più tagli contemporaneamente.
Questo sistema perdurò fino all'inizio degli anni '80 del nostro secolo, quando venne sostituito dalla tagliatrice a filo diamantato, il macchinario di taglio attualmente più diffuso. Si tratta di un motore che aziona un filo d'acciaio dotato di perline diamantate, fatto passare ad anello dentro la roccia da tagliare grazie a macchine perforanti. Man mano che il filo taglia la roccia, la puleggia motrice viene fatta arretrare per mantenere in tensione il filo stesso. Da qualche anno poi è comparsa la tagliatrice a catena, costituita da un lungo braccio metallico, su cui scorre una catena con denti al widia, collegato ad un blocco motore scorrevole su binari. Con questa macchina il marmo viene letteralmente fatto a fette, e si tagliano blocchi molto regolari già sui piazzali di cava. L'enorme aumento della velocità di escavazione ha avuto ovvie conseguenze benefiche sull'economia del marmo, ma ha aggravato i problemi ambientali relativi all'impatto delle cave sul territorio.
E' aumentata infatti la produzione di polveri di marmo ( marmettola ) e di materiali scartati che vengono scaricati nei ravaneti.
Il trasporto a valle dei blocchi di marmo oggi avviene su automezzi, che salgono e scendono su vertiginose strade di arroccamento; un tempo però, fino alla fine degli anni '60, si doveva far ricorso all'arcaico sistema della lizzatura, già praticato in epoca romana. I blocchi venivano sistemati su una sorta di slitta in legno ( la lizza ), e calati lungo vertiginose pendenze ponendo sotto la lizza i parati, traverse di legno insaponate. Il tutto era trattenuto da canapi robusti, e a partire dagli anni '20 del nostro secolo, da cavi d'acciaio avvolti su robusti paletti di legno ( piri ) infissi nella roccia viva. Era un'attività pericolosa, affidata a intrepide compagnie di lizza, che organizzavano accuratamente il loro lavoro. A monte della carica stavano i mollatori, addetti a mollare progressivamente le funi che trattenevano la struttura; di fronte a questa c'era il capolizza, responsabile del gruppo, che inseriva al di sotto della lizza i parati per permettere lo scorrere della stessa, e nel contempo guidava la discesa impartendo ordini ai mollatori; lateralmente alla carica di un gruppo di due o tre uomini recuperava continuamente i parati dietro la lizza che procedeva e li porgeva al capolizza ben insaponati.
Di questa antichissima pratica, oggi scomparsa, restano sul territorio quegli splendidi documenti che sono le vie di lizza, incredibili strade che si precipitano a valle con dislivelli talvolta superiori ai 1000 m.

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